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Olocausto, il sopravvissuto Shaul Ladany all’Unical

L’ngegnere israeliano, superstite della presa di ostaggi di Monaco di Baviera, ha presentato il libro “Cinque cerchi ed una Stella”

La Redazione

Rende, venerdì 25 gennaio 2013.

Un uomo straordinario. Non per la forza fisica, ma per una volontà ferrea che ne ha segnato (in positivo) l’esistenza. Con l’incredibile capacità, nonostante tutto, di sorridere alle persone con una gentilezza disarmante e una non comune autorevolezza nell’aiutare a far comprendere il senso profondo della vita. Shaul Ladany ha incantato la sala stampa dell’Unical dove è stato presentato il volume scritto da Andrea Schiavon “Cinque cerchi ed una Stella”, la prima delle iniziative in programma nel Campus d’Arcavacata dedicate alla Giornata della Memoria. La vita di Ladany ha dell’incredibile. La prigionia nel campo di Bergen-Belsen, lo stesso dove morì Anna Frank, la Guerra dei Sei Giorni in Israele, l’attacco dei terroristi di Settembre Nero agli atleti israeliani durante le Olimpiadi di Monaco. Ed ancora, la sua attività sportiva che, oltre a valergli tanti record e medaglie, è riuscita ad essere una ”espressione figurata” della sua esistenza. Il volume di Schiavon, pubblicato per i tipi di add editore, è stato presentato dal ricercatore di Storia dell’arte moderna dell’Unical, Paolo Coen e del dottore di ricerca dell’Università della Calabria, Giulia Fresca.

I due relatori hanno avuto la capacitĂ  di portare il numeroso pubblico dentro i meandri piĂą profondi del libro, facendo ben comprendere l’essenza del protagonista, le sue peculiaritĂ , la sua “eterna corsa” sulle piste e dentro gli orrori dell’olocausto, la sua esistenza dedicata ad insegnare ai giovani il valore estremo della memoria e ad interrogarsi su quei tanti «perchè?», a cominciare da quello dell’essere sfuggito continuamente alla morte, che hanno segnato la sua vita. Parole cui hanno fatto eco quelle dello stesso Ladany che ha parlato delle “tante fortune” che servono per sopravvivere, come in quel tragico 5 settembre 1972 alle Olimpiadi di Monaco di Baviera, quando scampò ad un attentato che fece ben 17 morti. Poi il racconto piĂą tragico, quello dell’esperienza terribile nel campo di Bergen-Belsen. «Il ricordo della pioggia, il freddo, il filo spinato, gli appelli, la sensazione costante di fame, ricordo al di lĂ  del recinto dei pomodori verdi che una volta maturati sono diventati rossi e che, nonostante li desiderassi con tutte le mie forze, non riuscivo a prendere». Schiavon ha descritto le diverse fasi della realizzazione del volume ed il profondo coinvolgimento emotivo provato nel ripercorrere la vita di Ladany. Al dibattito ha pure partecipato, in video conferenza dall’UniversitĂ  di Malta, il ricercatore Alessandro Gaudio che s’è soffermato sull’analisi del testo. Le conclusioni sono state affidate allo stesso Ladany che ha lasciato il pubblico offrendo un ulteriore insegnamento: “Per vivere bene, bisogna sapere trattare con le persone e quando sei proprio costretto a mandarle al diavolo, fallo in maniera tale che siano contente d’andarci”.

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