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Vibo Valentia, 1^ Edizione del Premio di Poesia “Vincenzo Ammirà”

I premi saranno realizzati dall’orafo crotonese Michele Affidato

Mimmo Stirparo

Vibo Valentia, mercoledì 20 marzo 2019.

Sono appena caduti i termini di presentazione delle opere letterarie destinate alla partecipazione alla 1^ Edizione del Premio di Poesia “Vincenzo Ammirà” organizzato dall’omonima Associazione culturale di Vibo Valentia presieduta dall’intraprendente pittrice Caterina Rizzo. Ora tutto è in mano ad affermati poeti e un’acclarata linguista che formano la giuria che attentamente e scrupolosamente valuterà ogni produzione letteraria pervenuta, copiosa, da ogni regione d’ Italia. La giuria, oltre ai premi dei primi tre classificati in ogni sezione, previste dal bando concorsuale, si riserva di assegnare altre menzioni di merito e a tutti i finalisti gli attestati di partecipazione. La cerimonia di premiazione si terrà nel capoluogo vibonese il prossimo 8 giugno in una sede che sarà comunicata in tempo utile.
A dimostrazione della bontà del Premio vi è che questa 1^ Edizione si avvale della collaborazione, del patrocinio e della concessione del logo di enti locali, associazioni culturali e singole personalità e tra i tanti, annoveriamo l’Associazione Fidapa di Vibo, i Maestri del Lavoro della Calabria, la Camera del Commercio, l’Associazione “Gioacchino Murat” di Pizzo Cal., la Provincia di Vibo, il Comune di Pizzo, l’Accademia Nazionale di Cultura sportiva, l’Editore Vincenzo Ursini e l’Accademia dei Bronzi di Catanzaro, e infine ma non secondario, l’orafo della Chiesa e del Festival di Sanremo Michele Affidato che realizzerà le artistiche targhe personalizzate per i premiati. Perché un Premio letterario che porta il nome del poeta vibonese Vincenzo Ammirà (1821- 1898) e annoverato tra ‘i poeti maledetti’ per aver scritto contro il potere e ‘il buon costume’? Ma per “non bandire dalla memoria ma restituirlo al suo territorio d’appartenenza che è l’antica Monteleone, oggi Vibo Valentia”, secondo l’obiettivo dichiarato dalla presidente Caterina Rizzo e dal suo sodalizio. È stato uno strenuo combattente rivoluzionario antiborbonico e per questo sottoposto a processo perché accusato di detenzione e scritti contrari al buon costume. Nel 1854 fu condannato a due mesi di esilio correzionale e ad una multa e, di poi, nel 1858, l’accesa passione politica lo portò alla condanna in carcere. Successivamente si affiliò ai Mille di Garibaldi per un certo tempo. La sua condotta rivoluzionaria non gli permise di ottenere mai una cattedra al Liceo di Vibo e, costretto a ristrettezze economiche, si diede ad impartire lezioni private. Si scrisse di lui che “scrisse nella lingua dialettale e con ineguagliabile stile poetico, luoghi, personaggi, sentimenti, avvenimenti e passioni tipici di una identità socio- culturale che era proprio della Vibo ottocentesca.”
È ormai acclarato che il poeta Ammirà ha lasciato ai posteri tante opere, soprattutto in versi dialettali, che ancora oggi sono accolte con tanto gradimento e nei salotti culturali e tra la gente comune. Sicuramente l’opera che lo ha reso famoso è la Ceceide. un poemetto dialettale in cui voluttà, satira, scurrilità e fantasia sono un tutt’uno e ne formano un corpus difficilmente imitabile e tanto singolare nell’aver coinvolto generazioni di lettori. E non solo. Nel 1861 pei tipi della Troyse di Monteleone pubblicò un volume antologico di poesie giovanili in lingua e la novella I Romiti. Anche giornali e riviste hanno accolto suoi lavori: A la luna (in L’Avvenire Vibonese, 1882), Addio alla cetra (in Strenna dell’Avvenire Vibonese, 1885), Donna Fulgenzia (Ivi, 1887), La lacrina (Ivi, 1888), Lamentu di ‘na monaca (Ivi 1889), Lu candidatu Lipari (in La Sentinella, 1889,), Nu dujellu arricchi (in La Falce 1891). Altra opera conosciuta e ricordata fino ai nostri tempi è la poesia A Pippa del 1886. Post mortem, il figlio Domenico, nel 1928, ebbe la felice idea di raccogliere, in due volumi, una parte delle opere del padre: Tragedie, poesie e Poesie dialettali, edite dalla Froggio di Vibo Valentia. Nel primo volume, oltre alle diverse poesie, sono contenute le due tragedie, Valenzia Candiano e Lida, che il poeta scrisse tra il 1848 e il 1860. Il secondo volume comprende le poesie dialettali, escluse quelle considerate oscene. Inoltre, il figlio fece pubblicare, nel 1931, dalla Tipografia. Passafaro di Vibo, il volume La Calabria e Vincenzo Ammirà che raccoglie una serie di scritti critici.
Nel concludere questa nota, auguriamo tutto il bene possibile al Premio vibonese con l’auspicio che, un giorno non lontano,, il poeta Vincenzo Ammirà possa assurgere agli onori della prestigiosa Enciclopedia Treccani come l’altro poeta vernacolare che la Calabria tutta può vantare: il nostro Mastro Bruno Pelaggi da Serra San Bruno, autore di una singolare raccolta di poesie in vernacolo titolata “li Stuori” pubblicata postuma, nel 1965, dal nipote Angelo Pelaia per i tipi della Fata di Catanzaro. Mastro Bruno è il poeta che, sdegnato, alla fine dell’800, dalla montagna serrese ha lanciato un grido d’allarme per denunciare l’ingiustizia sociale e l’estrema miseria che cominciò a regnare dopo l’Unità d’Italia, e lo fece con poesie – lettere simboliche indirizzate al diavolo, al re e al Padreterno.“È infatti sulla consapevolezza del ritardo di questo rispetto al resto del Paese che Mastru Brunu scrisse alcuni fra i suoi componimenti più celebri, inseguendo un’idea di letteratura che, scevra da preoccupazioni estetiche e votata piuttosto all’impegno politico-sociale, lo rese una delle voci più significative della poesia in dialetto calabrese fra i due secoli” ( Gabriele Scalessa, Treccani, 2015). Per perpetuarne il ricordo, al poeta serrese, lo scorso settembre, è stato dedicato il concorso letterario “Mastro Bruno cerca discepoli nel mondo” voluto ed organizzato dal Comitato “Mastro Bruno” guidato dall’infaticabile Giacinto Damiani che già ha messo in cantiere la 2^ Edizione per la prossima estate.
Arrivederci a Vibo il prossimo 8 giugno per la cerimonia di premiazione.

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