Reale racconta il piccolo monaco Padre Christian, il Certosino di strada

Padre ChristianFranco Reale, docente emerito al Liceo Scientifico “Filolao” di Crotone, ha sentito forte l’esigenza di dare alle stampe il racconto di anni vissuti, sempre a braccetto con, come scrive lo stesso, “un uomo davvero eccezionale sotto il profilo spirituale, umano e culturale, un religioso che ho avuto occasione di conoscere, rimanendo affascinato dal suo misticismo, dalla sua sensibilità evangelica, dal suo carisma”. È “Padre Christian – Il Certosino di strada”, questo il titolo dato al libro edito in proprio nello scorso luglio 2014, il monaco, seguace del Patriarca san Bruno di Colonia, che scelse di vivere l’intensa sua spiritualità dalla clausura di Grenoble e Serra San Bruno alla strada tra la gente nell’Eremo di Marinella di Capo Rizzuto. Beh, “Certosino di strada” perché, come testimonia il notaio Carlo Proto, in prefazione, “benediceva le case, i negozi, il mare, confessava senza sosta, consolava, esortava ad avere fede, implorava da Dio la guarigione interiore delle persone che si rivolgevano a lui. Chi lo incontrava avvertiva una grande pace e consolazione”. Perché pubblicare un libro su un frate cartusiano da sempre abituato al silenzio, alla contemplazione e al nascondimento seppur fra la gente e nelle famiglie dove c’era più bisogno della vicinanza di Dio? Ce lo spiega chiaramente Don Tonino Staglianò, Vescovo di Noto, che in prefazione scrive: “Una fonte di luce non può essere tenuta nascosta. Così possiamo dire del carissimo padre Christian: una vita dove la luce della fede non si è mai affievolita, né tantomeno spenta con la sua morte, ma che esiste tuttora nel cuore di molte persone.” Insomma il lavoro editoriale di Reale è la testimonianza che ciò che si scopre durante il cammino di fede, non dobbiamo tenerlo per noi, ma annunciarlo, gridarlo, condividerlo. Non è un libro autobiografico nel senso stretto del termine, non un saggio di spiritualità in quanto teologia, piuttosto una sorta di diario in cui l’Autore racconta e condivide con chi legge la sua esperienza umana e spirituale, alla ricerca del senso profondo del suo vissuto. E non solo. È una ricerca come scoperta della fede, come cifra interpretativa della realtà, del proprio vissuto e di tutti gli accadimenti quotidiani di cui ogni vita è costellata.

LE TAPPE – Il racconto di Reale si snoda attraverso le tappe fondamenti della vita laica e religiosa del Frate francese, Dom Christian, al secolo Thomas Don Gaston Celestin Eugene, a cominciare dalla nascita a Tilleres (Francia) il 19 novembre 1929. Dopo gli studi liceali, nel 1949 è entrato in Seminario dove studio e preghiera sono state le sue attività principali. Al terzo anno, come scrivono le cronache del tempo, egli si è trovato a leggere un libro dal titolo “Silence Cartusien”,scritto da Dom Augustin Guillerand, dal quale si è sentito letteralmente rapito facendo scattare in lui l’ardente desiderio per la vita claustrale. Questa circostanza, quando si dice la Provvidenza, lo ha portato nel 1952 al primo ritiro di 15 giorni presso la Grande Chartreuse di Grenoble, la prima fondata dal Patriarca san Bruno. Questa, seppur breve, esperienza consolidò in lui la ferma convinzione di diventare un religioso certosino. Fu così che il 15 novembre del 1952 egli entrò nel grande monastero francese. Dopo aver trascorso circa trent’anni nella Certosa francese Dom Christian , nel 1980 viene trasferito nel monastero bruniano di Serra San Bruno il primo ed unico fondato dal Santo e dove ne sono custodite le sacre spoglie. Qui ha proseguito la sua vita claustrale, qui, scrive Reale “s’impegnò nella preghiera, nello studio e nel lavoro…. Il Padre era sensibile, disponibile, e aderiva di buon grado alle richieste dei fedeli che a lui si affidavano e in lui confidavano per lenire le loro pene, i loro problemi.” E, però “questa comunicazione crescente con i fedeli accentuò il contrasto con le regole della vita della Certosa”. Insomma il chiostro gli stava stretto, la sua indole lo portava a cercare il contatto con la gente. Come più avanti avverrà. Anch’io ho avuto il privilegio di incontrarlo qualche volta, nella cappella esterna del monastero serrese, e sempre sorridente nella sua umiltà.

L’INCONTRO CON IL PAPA – A Serra San Bruno ha avuto la grande gioia di incontrare Giovanni Paolo II, oggi Santo, recatosi in visita alla Certosa nell’ottobre del 1984 e le parole del Papa lo colpirono e non poco. “Voi Certosini riuscite, pur nel rispetto delle esigenze della vostra vita contemplativa, a donare ai fedeli, che vengono da voi con le loro sofferenze e i loro difficili problemi, la gioia di Dio”. Così il Papa polacco. Annota Reale che “Padre Christian era determinato ad uscire dalla Certosa per una nobile missione: aiutare i tanti fedeli, fratelli in Cristo, che si trovavano in una condizione di disagio” pur rimanendo fedele, per quanto possibile, alla Regola bruniana. “Da qui, scrive Mons. Staglianò, la disponibilità di padre Christian a rinunciare alle proprie sicurezze, per spostare la propria tenda laddove ce ne fosse stato bisogno, perché l’amore urge la ‘mistica della strada’ e ‘strada facendo…si annuncia il Vangelo’”. Così questo certosino piccolo ( come verrà da sempre definito) di statura ma di grande spessore spirituale, anche per motivi di salute nell’agosto del 1994 è stato costretto ad abbandonare la clausura serrese. Accolto amorevolmente dall’allora Arcivescovo di Crotone – Santa Severina Mons. Giuseppe Agostino, è venuto a soggiornare nell’altrettanto solitudine del promontorio di Capo Rizzuto di fronte all’antico mare che dall’Oriente portò, fino a noi uomini di questo tempo, la Salvezza. Gli fu offerta la chiesetta, edificata negli anni ’50 nel contesto dei grandi lavori della Riforma agraria e però abbandonata, di San Giovanni Battista nella località Marinella del comune di Isola Capo Rizzuto e dal frate certosino fatta conoscere e frequentare come Eremo S. Giovanni Battista e qui vi è rimasto, accerchiato dall’affetto della gente, fino al 1999. Fuori dalla vita claustrale, ma non eremitica si badi bene, nel nuovo soggiorno, apparentemente libero e aperto, perché in realtà ha continuato a vivere da Certosino, Padre (non più Dom) Christian ha condotto una intensa vita di incontri con persone in difficoltà offrendo sostegno e parole di conforto. I tantissimi fedeli, non solo del Crotonese ma da ogni parte d’Italia che andavano all’Eremo, hanno sempre raccontato, ed anch’io lo posso testimoniare, di avere avuto il privilegio di incontrare Dio attraverso quel “piccolo certosino” con momenti di profonda spiritualità e forte partecipazione emotiva.

L’AMICIZIA CON L’AUTORE – Tutto nella semplicità e nella gratuità. E però, ricorda il Vescovo Staglianò, “spesso ciò che è semplice viene scambiato per banale e questo diventa fonte di ulteriore pena per chi vuole operare solo il bene per gli altri (non sono mancate pertanto le incomprensioni, i pre-giudizi, talvolta anche le strumentalizzazioni).” Qui, nell’Eremo di Marinella l’amico Franco ha incontrato, per la prima volta nel settembre 1994, il Certosino davanti al quale da subito “il disagio svanì come per incanto, grazie all’accoglienza cordiale…Parlammo a lungo e più che una conversazione, fu una confessione. Alla fine ci congedammo con un abbraccio e una benedizione tanto semplice quanto solenne” non senza, però, chiedergli “domani puoi venire a prendermi con l’auto?”. Doveva essere accompagnato da una famiglia, in un paese poco lontano, bisognosa del suo conforto così come fece per anni notte e giorno. “Da questo incontro, ci ricorda l’Autore, nacque tra me e Padre Christian un’amicizia limpida, una sintonia spirituale che col tempo acquistò sempre maggior vigore” ed ancora viva. L’Eremo di Marinella, ormai, era diventato l’approdo, il porto sicuro per tantissimi fedeli ancora instabili nella fede. Per fortuna, la Provvidenza ci mette sempre lo zampino, qui il piccolo monaco non fu mai solo ma sempre confortato dal volontariato di tanta gente ed in particolare di Franco, delle gemelle Maria Paola e Saveria e di Annarita., come pure del notaio Carlo Proto. Questi anni non furono sempre vissuti all’insegna della tranquillità, la non buon salute rallentava il suo cammino di apostolato e ciò gli doleva e non poco. Dovette lasciare, per qualche tempo per un ricovero al “Gemelli” di Roma con intervento chirurgico nel ’95 e qui “ebbe modo di conoscere tanti sofferenti, con cui instaurò una profonda amicizia. Grande fu anche la devozione e l’ammirazione che avvertivano nei suoi confronti i medici. Grazie a loro egli riuscì a realizzare il sogno che nutriva da anni” incontrare Giovanni Paolo II e ciò avvenne. Come racconta Reale, “il pontefice, ormai avanti negli anni e fisicamente provato, accolse l’eremita con grande amore e bontà e nel congedarsi gli disse: ‘Padre, pregate per me!’”. Che bello! Il Papa chiede il conforto della preghiera al piccolo certosino. Dopo il 1999, anno in cui ha lasciato l’Eremo, Padre Christian, con l’aiuto dell’ “amico” Mons. Agostino, ottenne l’incardinazione nella Diocesi di Cosenza – Bisignano e indirizzato come Direttore spirituale delle Catechiste Rurali del Sacro Cuore a Fiumefreddo Bruzio (CS).

IL RICOVERO – Successivamente, a causa dell’aggravarsi delle sue condizioni di salute, ha dovuto peregrinare da un ospedale, come quello di Crotone assistito amorevolmente giorno e notte da tanti uomini di buona volontà, ad una casa di riposo per sacerdoti, la Villa della Fraternità di Sant’Andrea Apostolo dello Ionio, amorevolmente accolto da don Edoardo Varano e qui si è separato definitivamente dalla vacuità della terra. Lo spazio è tiranno ma non posso concludere questa nota senza prima ricordare che il bel libro di Franco Reale, corredato da un ricchissimo album di immagini e di ricordi, ospita anche una serie di sentite, profonde e coinvolgenti testimonianze lasciate da fedeli di ogni angolo del mondo. Toccante, tra gli altri, il pensiero della prof. Silvana Tricoli: “…trasmetteva valori cristiani e, nello stesso tempo, possedeva un amore smisurato per l’uomo pagano nel corpo e nello spirito, che egli incontrava sul suo cammino ed a cui, come il buon samaritano, prestava soccorso, donando totalmente se stesso.”