In ogni lirica il verso è un discorso, ogni verso, gaio e imperituro, è una poesia, che allontana il dolore, placa l’anima fasciandola dello splendore del sole, “davanti al mare/più in là/le superbe sponde/per sognare”. E la caratteristica di “Sticomitia”, l’ulteriore pennellata letteraria che Fausto Burdino dona alla Cultura, è proprio il verso – erudito e musicale come sempre – nella significazione di discorso, di poesia alta ed altra, ch’acchiappa, convince e vince. Sticomitia? Buh! Ed allora vocabolario, la Treccani, google per immergerti e schiuderti in un mondo antico, ricercato, aulico e comunque di cultura erudita, che fa di Fausto un “grimaldellista del significato” (Giuseppe Di Bella,con-fine, 1 novembre 2012). Linguaggio aulico, curiale, nobile che spesso ti lascia con mente e cuore sbottonati alla “interpretazione autentica” da parte di un Fausto Burdino, sempre disponibile, esegeta e docente: “fuscello tra le talee/ del mistero/chiudi le porte al talento!”, “l’inno azzimato per gli stolti” del “Pentagramma”, “le sillabe maliarde” di “Pagine piegate”, ”in mano un mannello di esami” di “La locomotiva del parco”, “ostilità ormonali attenuate” di “Lievi nell’aria”, la “ciotola di bucchero” de ”La luna e il gatto”, dove bucchero è il “tipo di ceramica fatta al tornio, uniformemente nera tanto all’interno quanto all’esterno e lucidata sulla superficie, che costituisce una delle caratteristiche della civiltà etrusca”. Grande e affascinante Fausto Burdino, che riesce a schiodarti dal comodo bagagliaio delle tue conoscenze e convinzioni semplicemente per arricchirti, riempirti di un nuovo che conferma il dantesco “fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e conoscenze”. Scrivevo tempo addietro su “Il Limite dell’Infinito”, altra bella silloge di Fausto (e gli appunti li ho rintracciati stamattina, disordinati e stropicciati in malo modo, nel libro di Roberto Spadea “Da Skylletion a Scolacium, Il parco archeologico della Roccelletta) che “In tutte le sue opere lo scrittore girifalcese cesella, ricerca, usa la parola dotta, che costringe al dizionario pur senza svilire o attenuare la liricità del verso e del periodo…in tutte le… opere burdiniane, nel loro rappresentarsi di vasta cultura, si regala al lettore uno spazio di riflessione e di arricchimento culturale, che sgorga da un vissuto dove i ricordi sono bei ricordi che non scompaiono mai. Nel peggiore dei casi – così come scrive Luciano de Crescenzo in “I pensieri di Bellavista” – si addormentano nei sotterranei dell’anima, salvo, poi, risvegliarsi all’improvviso quando sentono il motivo di una vecchia canzone”. Spesso “Non si osa, perché si teme di non essere compresi.” (Solo io e il silenzio, appunti disordinati di Morena Fanti). Burdino crede, ed io confermo e con noi chi ritiene di “audere semper”, che bisogna farlo. E nelle sue liriche Fausto osa, raccontando un sé, che in una attuale Maya desnuda, dischiude un mondo di bellezza, di liricità, di suoni che rievocano l’esortazione della madre, respiro e pensiero sempre vivo, a scrivere, perché la vita senza la poesia, senza il poiein che è il fare operoso, è come la terra secca su cui mai cresce l’erba “ guardi cu l’uacchi .e l’anima a vita… pecchì a vita esta poisia!”. Fausto Burdino, nostro caro amico, “poeta e scrittore colto e raffinato di cui vantarci e tenere a mente nel sanificare i gargarismi e populismi dotti che affollano la letteratura contemporanea” in “Sticomitia” è il grimaldellista dell’aletheia del dischiudamento, dello svelamento, della rilevazione della verità nascosta nell’antipopolarità del verso; è il grimaldellista dell’altheia nell’analisi etimologica di Heidegger.
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