L’Ailanto, l’albero cinese sta colonizzando il territorio di Cirò e Cirò Marina

Perciò diventa pericoloso se per caso cresce sui tetti delle abitazioni come il tetto del palazzo antico che si trova difronte il porto e  a sinistra della chiesa di San Cataldo. Sul tetto in questione crescono pericolosamente circa cinque piccoli alberelli, le radici potrebbero far crollare il tetto dell’antico palazzo una volta che l’albero crescerà.  L’Ailanto (Ailanthus altissima)è un albero cinese che può raggiungere un’altezza compresa tra i 17 e i 27 metri con il fusto in grado di accrescersi fino a 1 metro di diametro. Sta colonizzando il territorio come pianta infestante, lungo canali, terreni incolti , ruderi, nei pressi di abitazioni, un pericolo per le costruzioni, le sue radici spaccano pure il cemento, infatti come pianta infestante, l’Ailanto cresce negli interstizi delle costruzioni edilizie, tra un mattone e l’altro, nelle crepe esterne dei muri, la sua crescita mina fortemente la stabilità dell’intero fabbricato. Questa pianta si diffonde in modo aggressivo sia per seme che per polloni, ecco perché la sua diffusione andrebbe ostacolata, la sua eradicazione è difficile perché l’albero ricaccia vigorosamente se tagliato. Importata in Europa, per la prima volta, nel 1740, è originaria della Cina dove è popolare per le sue proprietà medicinali, anche se oggi viene considerata pianta tossica, importata in Italia a metà ottocento per l’allevamento del baco da seta, è altamente infestante. Se qui in Italia, è conosciuta anche come “albero del paradiso”, in Cina, il suo secondo nome è “Chouchun”, letteralmente “albero maleodorante”, mentre in molte zone d’America è nota come “albero dell’inferno”, nome legato al cattivo odore prodotto dalla pianta. A Cirò gli anziani la chiamano “Nucia Cattiva”, per la sua somiglianza con l’albero della noce. Tende a sostituire la vegetazione tipica della nostra macchia mediterranea ed è una reale minaccia per le riserve e i parchi naturali, la pianta compete, in resistenza, con l’Oleandro e capita sovente che lo sostituisca. Tollera l’inquinamento, compreso il biossido di azoto che assorbe dalla lamina fogliare. Resiste alle polveri sottili, ai vapori di cemento, ai residui della lavorazione di catrame o di carbone e può accumulare, nei suoi tessuti, alte concentrazioni di mercurio. Per queste sue caratteristiche, l’Ailanthus è stato usato per ri-vegetare le zone che sono state fortemente contaminate da disastri ambientali e drenaggi acidi. Una delle ricette più antiche che mira a sfruttare le proprietà dell’ailanto risale al 684 d.C. In Cina i suoi preparati erano usati per il trattamento di diversi disturbi mentali e per alleviare ascessi e pruriti. Tra i suoi principi attivi è annoverato anche un agente antimalarico. Una tintura preparata a partire dalla corteccia di Ailanto è usata, con efficacia, nel trattamento della palpitazione cardiaca, dell’asma e dell’epilessia. Ma l’Ailathus è soprattutto pianta velenosa: la sua tossicità è legata a una lunga lista di sostanze come saponine, aliantine, quassine ecc. Per questo, quando si usa per rimedi naturali, la dose non dovrebbe superare gli 8 grammi. Come se non bastasse, questa pianta produce una sostanza chimica allelopatica nota come Ailantone. L’ailantone inibisce la crescita di altre piante. Estratti di cortecce e radici possono essere usati per inibire la crescita di altre erbe infestanti. L’unica cosa buona è il Miele di Ailanto apprezzato per il suo aroma fruttato, simile al fico e all’uva moscata. Si spera che il problema non sia sottovalutato, studiando e adottando tutte le strategie per limitarne e contenerne la proliferazione nei parchi, nelle aree protette e nel centro storico dove la sua presenza è sempre più massiccia le cui radici potrebbero danneggiare seriamente le costruzioni vicine.