Cirò, Maschere Apotropaiche contro la malasorte, il malocchio ” l’affascinu” e per allontanare gli spiriti maligni

Maschere Apotropaiche contro la malasorte, il malocchio, ” l’affascinu”, e per allontanare gli spiriti maligni, ne erano convinti  durante il medioevo, ma tutt’oggi  queste maschere  sono presenti in tutta la loro bellezza su alcuni immobili. Molte abitazioni e palazzi gentilizi nell’antico borgo sono disseminate di maschere apotropaiche a testimoniare il rapporto intenso  che la popolazione aveva con le tradizioni popolari più radicate come la superstizione  di credere nella malasorte e poterlo allontanare mettendo  una maschera  all’ingresso dell’abitazione. Ma non solo alcuni  palazzi gentilizi  ne sono provvisti, ma anche il castello medievale, il quale ha ben quattro maschere rivolte verso  sud in tutta la sua magnificenza. Ve ne sono in zona Portello, in zona Cannone e nel centro storico e sono scolpite in pietra. “Nella cultura calabrese- si legge in una nota-  rientrano spesso le maschere apotropaiche(αποτρεπειν – apotrepein in greco antico)ossia quelle facce mostruose che campeggiano sugli stipiti delle porte per allontanare il malocchio. Queste belle maschere sono un vivido esempio di artigianato calabrese che riusciva ad allontanare la malasorte, infatti  Apotropaico deriva dal greco apotropao, che significa allontanare, ed  avevano lo scopo di allontanare le influenze negative ed il maligno da luoghi ed edifici”. Inoltre non è solamente abitudine calabrese ma tutto il Mezzogiorno venivano postati sopra i portoni di casa. L’iconografia delle maschere è molto varia, di solito sono rappresentazioni antropomorfiche più o meno paurose derivanti dai prototipi Magno – Greci : Satiri e Gorgoni in pietra o terracotta che ornavano per lo più le antefisse dei templi greci e romani. Diceva in proposito l’ antropologo Raffaele Corso nella sua opera Amuleti : ”Nella campagne e nei borghi, sull’arco della porta di ingresso delle case si vedono delle maschere, ora scolpite in pietra viva, ora plasmate in creta”. L’uso, nella Regione, è antico, come risulta dalle maschere rinvenute negli scavi archeologici, sebbene i tipi odierni inclinino ad aggiungervi le corna, per far intendere che il mostro del mascherone raffiguri il diavolo. Queste belle maschere sono un vivido esempio di artigianato calabrese che riusciva ad allontanare la malasorte. Infatti queste facce alcune rappresentano quelle tipiche del teatro altre colti in atteggiamenti torvi. Nell’atto di provocare vengono rappresentate con lingua penzolante, naso storto, occhi sporgenti capelli arruffati e le corna. Si credeva invece che si potesse scongiurare le energie negative. Tuttavia, i calabresi solevano circondarsi di numerosi simboli ferro di cavallo posizionato a corna scope inchiodate o corna di bue ma ormai il progresso ha permesso di abbandonare questi riti. Altra usanza abbastanza diffusa era quella di inchiodare gli uccelli, preferibilmente notturni, sugli stipi delle porte, rito anche questo molto antico di origine romana, che ritroviamo anche nella “Metamorfosi” di Apuleio: “li prendono e li inchiodano alle porte perché con la loro morte atroce facciano penitenza delle disgrazie che il loro volo infausto reca alle famiglie”. Le forze ostili trovavano così una barriera, e la casa si fondava come spazio protetto, la cui soglia è interdetta. Uno dei più noti centri di produzione artigianale di questa tipologia di maschere nella regione è Seminara (RC), al punto che diffusamente queste maschere hanno assunto la denominazione di “maschere di Seminara”. Manufatti di Seminara oggi figurano nei Principali Musei italiani e stranieri. Cirò con la sua cultura e storia rimane una perla del Marchesato , un centro già presente durante  l’Età del Bronzo e del Ferro. Del suo toponimo attuale si ha una documentazione antica dal XIII al XIV sec. che varia da “Ypsyrò” a “Yscirò”, con due possibili significati in greco bizantino: “freddo” e “forte”. Secondo alcuni deriva dal nome greco antico Κυρος (Kyros), a sua volta proveniente dal persiano Kyrush, di etimologia ignota e per il quale si sono ipotizzati i significati di “lungimirante” o “giovane”. A volte viene invece associato al termine greco κυριος (kyrios, “signore”, da cui Cirillo e Ciriaco). Alcuni rinvenimenti di manufatti in ossidiana e in selce, effettuati nell’area di Sant’Elia e sul Cozzo Leone, fanno pensare che insediamenti umani si stabilirono in questo sito già a partire dal V millennio a.C., occupando le alture che consentivano il controllo visivo del territorio sottostante che avevano uno stretto rapporto con il mare, con la navigazione e quindi con il commercio marit­timo (l’ossidiana, infatti, proveniva con molta probabilità da Lipari). Altri ritrovamenti, inol­tre, documentano come questa zona sia stata popolata dall’Età del Bronzo e del Ferro.