
Il linguaggio sportivo contemporaneo, due preziosi volumi di cui lui mi fece omaggio, diciamo con grandissimo affetto e devo dire che il mio ricordo sarà breve, ma non potrà essere un ricordo. Non ho la preparazione scientifica, non ho la cultura, non ho la competenza per poter entrare nel merito come hanno fatto naturalmente altre personalità e Riccardo stesso in questa mattinata.
Io vorrei semplicemente dire che gli studi di Michele Di Donato e il suo concetto di educazione fisica è qualcosa che fa pugni poi con sciocchi, e molto superficialmente a volte si è verificato intorno a queste due parole.
L’educazione fisica è stata sostanzialmente o inseguimento della prestazione anche nel contesto scolastico, fino al punto che tutto questo ha rischiato di diventare un’ossessione, quindi un elemento numerico prestativo elitario, che pure ha preso piede ed in qualche modo si è impossessato della scena di tutto ciò che era movimento nelle scuole e al tempo stesso è diventato per molti anni una sorta di sfogatoio di didattica di serie B o di serie C.
Tutto questo poi, a un certo punto, grazie al coraggio dei colleghi, degli eredi, di diverse generazioni di docenti è stato messo in crisi perché è cominciata un’offensiva in qualche modo, che ha dato anche dei frutti significativi, importanti e che ci dà una dimensione di questa materia, educazione fisica, profondamente diversa.
L’educazione fisica è storia e cultura, è qualcosa che sta dentro la carta d’identità di una comunità e di una società. Certamente non può essere ridotta a una sorta di scudiera di secondo piano dello sport, dei suoi risultati, del suo immaginario, ma deve probabilmente con invece l’educazione sportiva, con la dimensione sportiva, venire a patti.
Io ho sempre auspicato, Santino lo sa, un nuovo patto, diciamo, tra la scuola e le istituzioni sportive; un patto che rispetti ovviamente la differenza: lo sport cerca il talento, cerca la prestazione, cerca l’individuo più bravo degli altri e l’educazione fisica in qualche modo deve dirigersi proprio a chi bravo non è, proprio a chi non sa neanche di che cosa è fatta una pista da atletica, una palestra o la prima regola di un gioco o di uno sport.
Ed ecco che allora l’indirizzarsi a una comunità più grande, quindi il pensare non ai pochi ma buoni, ma a tutta la collettività, diventa una missione molto faticosa, molto ambiziosa.
Santino ha parlato della Corsa di Miguel e in qualche modo la Corsa di Miguel ha cercato, se vogliamo, di ribaltare un paradigma, cioè generalmente dentro una scuola quando si propone un evento si dice: Quanti ne posso portare? Con riferimento ovviamente a quelli che sono più bravi. E qui invece possiamo in qualche modo ribaltare, e dire che bisogna portare quelli che vanno da 4 al chilometro a 5, a 6, a 7, che camminano.
Questo è un po’ la sfida, il vero senso poi di un’educazione fisica moderna.
E quindi il pensiero di Michele Di Donato, le sue pubblicazioni, ma anche il suo approccio, questo doppio spartito: da una parte lo scavo, la ricerca, la passione per lo studio, nel senso più alto del termine, dall’altra il pensiero di trasmettere tutto questo, l’universo della formazione.
Un sapere non conta nulla se non viene condiviso.
E allora io vorrei chiudere proprio facendo riferimento a qualcosa di molto familiare, Riccardo me lo consentirà… che è il rapporto di Michele Di Donato proprio con queste figure familiari, in particolare, mia madre e mio padre.
Mio padre e Michele Di Donato avevano delle estrazioni culturali, politiche e storiche molto differenti, dire quasi contrapposte, ma era nata una sorta di vicinanza, di sodalizio intellettuale, di circuito virtuoso, che faceva di questo rapporto una fantastica fabbrica di idee, di consigli, di confronti.
E penso che tutto questo sia veramente una cosa meravigliosa che riempie la biografia di zio Michele di una sorta di affari di cuore che lui in qualche modo era riuscito a trasmetterci, a trasmettere a me e a mio padre, a mia madre, ai miei fratelli e a mia sorella.
Ecco, perdonate questa ultima riflessione, ma penso che oggi sia assolutamente necessario che le persone che lavorano in una impresa comune possano riuscire a confrontarsi, a scambiarsi, anche in qualche modo a pensarla diversamente, senza che questo produca un demonizzare la diversità.
Io penso che la cosa più bella della vita e del mondo, sia quella di mischiarsi, confrontarsi, stare insieme, pur da diversi, pur da lontani.
Ecco, e in questo senso la dimensione dell’educazione fisica è fondamentale, perché oggi, in un’era ultra-digitale dove la gente non si guarda più negli occhi, dove, come anche noi siamo costretti a fare oggi purtroppo, c’è sempre uno schermo, c’è sempre un filtro che ci allontana, che ci rende diversi da come in realtà siamo.
Questa dimensione proprio di fisicità anzi, mi permetto di dire questa parola: fisica, vicinanza fisica, che significa abbracci, baci, pacche sulle spalle.
Ecco, tutto questo che produce poi il fare un’esperienza motoria sportiva, fisica appunto, è veramente una cosa straordinariamente preziosa per il mondo, le sfide e la confusione in cui purtroppo molto spesso viviamo.
Vorrei aggiungere qualcosa di brevissimo anche su ciò che c’è oggi nella scuola, anche questa moltitudine di proposte e di sollecitazioni, a volte condite da risorse ipotetiche e potenziali che molto spesso non sono reali.
E quindi vorrei esprimere la massima solidarietà verso chi fa questo lavoro o aspira a farlo, quello del docente, perché davvero con tante situazioni, tante necessità e tante esigenze, è qualcosa di molto complicato ma di straordinariamente prezioso e utile per la società in cui viviamo.




