
Sala gremita a Cirò Marina per “Lavorare per vivere, non morire lavorando”: un grido collettivo contro la strage silenziosa nei luoghi di lavoro
Una tavola rotonda che ha superato ogni aspettativa di partecipazione, trasformandosi in un momento di riflessione civile autentica e corale. Avvocati, medici, sindacalisti, volontari, autorità istituzionali e semplici cittadini hanno riempito fino all’ultimo posto la sala del Palazzo Porti di Piazza Diaz a Cirò Marina, per dire insieme: basta con le morti sul lavoro.
Un inizio nel segno della cultura e della coscienza
La tavola rotonda si è aperta con un momento di rara intensità civile: la lettura, da parte dell’Avv. Nicodemo Fuscaldo, del celebre passo di Kahlil Gibran sul lavoro. Parole antiche che hanno risuonato con forza attualissima, ricordando a tutti che il lavoro è espressione dell’anima umana e che ridurlo a rischio di morte è una violazione della dignità più profonda.
A seguire, il Gruppo Spataro ha proiettato un video sulla sicurezza nei cantieri edili: immagini concrete, situazioni reali, che hanno messo davanti agli occhi del pubblico la fragilità di chi lavora ogni giorno esposto a rischi spesso evitabili. Un contributo visivo di grande efficacia comunicativa, che ha dato il tono all’intera giornata ed ha evidenziato l’importanza dell’uso dei DPI e delle misure di sicurezza necessarie.
I numeri dell’emergenza: quasi mille morti nel 2025
I dati presentati nel corso del convegno sono di quelli che non lasciano indifferenti. Nel 2025 gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali sono aumentati. Gli incidenti mortali hanno sfiorato la soglia dei mille. Numeri inaccettabili per un Paese ad alto sviluppo come l’Italia, che già negli anni Cinquanta, con i Decreti 303, 164 e 547 del 1955, era all’avanguardia in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro.
La stagione riformatrice degli anni Novanta, culminata nel D.Lgs. 626/94, portò al centro del sistema la formazione e la valutazione dei rischi. Ma da allora qualcosa si è inceppato: la formazione sul campo, svolta da personale esperto, è stata progressivamente sostituita da corsi spesso puramente formali, che si esauriscono in una firma apposta su un registro.
Oggi, nonostante la tecnologia avanzata, i nuovi dispositivi di protezione individuale e i corsi di aggiornamento, le persone continuano a morire cadendo dall’alto indossando correttamente la cintura di sicurezza. Muoiono nell’ultimo giorno di lavoro prima della pensione. Si fanno del male perché due colleghi stranieri, non capendosi tra loro, si trovano in situazioni di pericolo senza saperlo gestire.
La voce dei protagonisti: un dibattito ricco e partecipato
Pina Scigliano, Presidente della Camera dei Previdenzialisti e Giuslavoristi di Crotone e voce introduttiva dell’intera giornata, ha messo il dito nella piaga con nettezza: “Il titolo è volutamente provocatorio perché è diritto di ogni lavoratore tornare a casa dopo il lavoro”. Circa mille morti l’anno non sono un dato statistico: sono mille famiglie distrutte, mille storie interrotte. La sicurezza non è un lusso né un optional: è un diritto costituzionale.
Maria Abbruzzino, Governatore della Misericordia di Cirò Marina, ha portato la testimonianza di chi è in prima linea: “Troppo spesso siamo i primi ad arrivare dove la prevenzione è mancata. Vediamo da vicino il dolore delle famiglie e i segni, fisici e invisibili, che un infortunio lascia su chi resta”. La Misericordia, ha ricordato, non interviene solo nell’emergenza: il suo impegno si estende alla sensibilizzazione quotidiana, alla formazione, alla cultura della protezione della vita.
Saverio Zofrea, Dirigente Medico Cardiochirurgo, ha ribadito l’importanza della prevenzione medica: dalla corretta valutazione della idoneità del lavoratore alla mansione, al mantenimento di stili di vita sani, fino all’influenza dello stress lavorativo sulle patologie cardiache. Ha sottolineato con forza la necessità di formare i dipendenti sulle tecniche salvavita con cadenza almeno annuale.
Salvatore Marengoni Galdy, Dirigente Medico Oncologo, ha affrontato un nodo che la medicina del lavoro fatica ancora a sciogliere: il cancro professionale in Calabria. I numeri sono impressionanti quanto sottovalutati: circa 16.000 nuovi tumori ogni anno nella regione, con una percentuale di origine professionale stimata tra il 4 e l’8% a livello nazionale — percentuale che nel crotonese, con il peso storico del SIN, dell’amianto e dell’industria petrolchimica, potrebbe essere ben più alta. Il nodo più critico, ha spiegato il dottore, non è la cura: è il riconoscimento. Oltre il 50% dei tumori di origine professionale non viene mai identificato come tale. Il motivo? Il medico chiede quasi sempre “fuma?”, ma raramente chiede “cosa ha respirato in cantiere trent’anni fa?”. L’amianto che ancora copre milioni di metri quadri di tetti calabresi, le polveri di silice nell’edilizia, i pesticidi dell’agricoltura intensiva, i gas di scarico dei trasporti: cancerogeni certi, onnipresenti, e quasi sempre invisibili agli occhi della medicina clinica ordinaria. Ha proposto con forza l’introduzione obbligatoria di una scheda di anamnesi lavorativa standardizzata nelle cartelle cliniche oncologiche: tre domande essenziali che potrebbero restituire dignità a centinaia di pazienti calabresi ogni anno, riconoscere il nesso causale, garantire le prestazioni INAIL e alleviare un deficit sanitario regionale che oggi scarica su tutti i calabresi i costi di malattie che dovrebbero essere risarcite. La sua conclusione ha lasciato il segno: “Il cancro professionale in Calabria non è raro, è solo invisibile. Se non iniziamo a fare le domande giuste, continueremo a curare gli effetti di un fenomeno che abbiamo finto di non vedere”.
Bruno Giacomo, Ispettore U.P.G. dello SPISAL dell’ASP di Crotone, ha portato la voce di chi è in prima linea ogni giorno nell’applicazione delle norme: quella di chi entra nei cantieri, nei magazzini, nelle officine, e vede con i propri occhi la distanza abissale tra ciò che la legge prescrive e ciò che accade nella realtà produttiva. Il suo intervento ha confermato con il peso dell’esperienza diretta quanto emerso nel dibattito: la formazione obbligatoria esiste sulla carta, ma troppo spesso si esaurisce in un adempimento burocratico. I DPI vengono distribuiti ma non indossati. Le valutazioni del rischio vengono compilate ma non praticate. I lavoratori, soprattutto stranieri o precari, sono i più esposti perché sono i meno tutelati e i meno in grado di rivendicare i propri diritti. Ha ribadito con chiarezza il dato che fa più riflettere: per l’intera provincia di Crotone operano soltanto 4 ispettori del lavoro. Un numero esiguo, su un territorio vasto, economicamente fragile e ad alta incidenza di irregolarità. Serve un investimento strutturale e urgente nel sistema ispettivo, per evitare che le morti sul lavoro restino impunite ed invisibili. Tuttavia ha aggiunto che, con piacere le infrazioni sono diminuite negli ultimi tempi e che i “nuovi” datori di lavoro si sono adeguati alle normative di legge, pertanto sono diminuite le multe erogate.
Leonardo Braschi, Presidente di IRCOMUNITA’, ha presentato un risultato concreto: grazie alla decennale collaborazione con INAIL, è stato sviluppato il progetto OT23, che garantisce un contributo a fondo perduto alle aziende che installano un defibrillatore e formano il
personale al suo utilizzo. “Già moltissime vite sono state salvate grazie a questo contributo”, ha dichiarato. Un piccolo passo, ma di impatto enorme. La formazione resta il pilastro della sicurezza: l’obiettivo di ridurre gli infortuni si raggiunge solo quando si passerà dalla formazione formale alla formazione consapevole.
Giuseppe Sammarco, Presidente ANCE di Crotone, ha descritto la realtà dei cantieri: la piaga del lavoro nero, della formazione assente o insufficiente, ma anche del paradosso opposto — la troppa sicurezza burocratica a scapito di quella reale. Ha denunciato l’appalto al ribasso come causa strutturale della mancanza di sicurezza, e ha illustrato il lavoro svolto con la Regione Calabria per l’inserimento di giovani lavoratori edili con relativi incentivi. Ha auspicato misure che riducano le percentuali anticipate alle aziende in caso di morti sul lavoro.
Francesco Gervasi, Funzionario della Protezione Civile della Regione Calabria, ha sensibilizzato sull’importanza di lavorare in prevenzione e pianificazione, ricordando che i rischi sono molteplici anche per la natura antropica del territorio calabrese. Ha evidenziato come il nuovo testo del Terzo Settore riconosca finalmente la formazione e la tutela per i volontari, categoria spesso dimenticata nel dibattito sulla sicurezza.
Antonio Tavella, Presidente della Federazione delle Misericordie della Calabria, ha ricordato con commozione che nella strage silenziosa dei morti sul lavoro vanno inclusi anche i volontari. Ha reso omaggio ai confratelli caduti: i volontari deceduti nel tragico incidente del 4 agosto 2025 sull’autostrada A1 durante un servizio di soccorso insieme al paziente ed una Consorella investita all’uscita dalla sede associativa. Vite spese per gli altri, fino in fondo.
Il Sindaco facente funzioni Andrea Aprigliano, ha lodato l’iniziativa con calore, sottolineando la rilevanza degli eventi formativi e informativi per la popolazione e ribadendo che un lavoro sicuro è una garanzia costituzionale che lo Stato deve saper difendere concretamente.
Il Consigliere regionale On. Sergio Ferrari, ha apprezzato l’iniziativa e ha raccontato il lavoro svolto quando era sindaco per rendere Cirò Marina una città cardioprotetta, con l’installazione di 7 defibrillatori automatici sul territorio, sottolineando quanto ancora resti da fare per trasformare questo modello virtuoso anche in ambito lavorativo.
Giuseppe Gallo, Presidente dell’Ordine degli Avvocati di Crotone, ha espresso soddisfazione per l’affluenza straordinaria: non solo avvocati, ma anche delle Misericordie del crotonese, cittadini, forze dell’ordine, autorità politiche e religiose. Ha rilevato la grande rilevanza giuridica del tema e ha lanciato la proposta di ulteriori incontri finalizzati alla redazione di un documento condiviso, da sottoporre alle autorità competenti, oltre ad illustrare alcuni paradossi nel riconoscimento della malattia professionale.
La platea protagonista: voci dalla società civile
Uno degli aspetti più significativi della giornata è stato il carattere fortemente interattivo del dibattito. La platea non è rimasta in silenzio: ha partecipato con domande, riflessioni e testimonianze dirette, trasformando la tavola rotonda in una vera assemblea civica.
Di particolare pregio gli interventi di Fabio Tomaino (CONFIAL), Gennaro Madera (CISL) e Raffaele Falbo (CGIL), che hanno portato la prospettiva sindacale, cruciale in un dibattito che riguarda milioni di lavoratori. Tra i professionisti intervenuti dal pubblico ci sono stati gli interventi dell’Avv. Carmine Macrì e dell’Arch. Serafina Sammarco.
Le conclusioni: prevenzione, cultura, controlli
La sintesi emersa dal convegno è netta e condivisa: la sicurezza sul lavoro si costruisce su quattro pilastri fondamentali.
∙ Prevenzione reale e formazione consapevole, non quella che si esaurisce con una firma su un registro. La sicurezza si impara, si pratica, si interiorizza.
∙ Cultura della legalità a partire dalle scuole, perché la sicurezza è un valore civile prima ancora che una norma giuridica.
∙ Controlli seri e in numero adeguato: per la sola provincia di Crotone sono oggi attivi appena 4 ispettori. Un numero del tutto insufficiente.
∙ Rafforzamento del sistema ispettivo, inasprimento delle sanzioni per i recidivi e vigilanza rigorosa su chi somministra corsi di formazione e su chi effettua le visite mediche di controllo.
Un approccio sistemico, insomma. Perché la sicurezza non si certifica con un timbro.
“Bisogna rafforzare in modo deciso il sistema ispettivo, inasprire le sanzioni per chi recidiva nelle violazioni, e — soprattutto — investire in una formazione obbligatoria che sia reale, efficace, non quella che si esaurisce con una firma apposta su un registro. La sicurezza si impara, si pratica, si interiorizza. Non si certifica con un timbro”.
— Dalle conclusioni della tavola rotonda
Il momento più alto: quando la giustizia entra nella stanza
La giornata ha riservato il suo momento più denso, il più scomodo, il più necessario, verso la fine del dibattito, quando l’Avv. Giovanna Abbruzzino, in veste di moderatrice con la lucida determinazione di chi conosce i meccanismi del diritto e non ha paura di nominarli ad alta voce, ha posto al Prof. Misiti una domanda che ha tagliato l’aria come una lama: perché nei procedimenti penali per gli infortuni sul lavoro i datori di lavoro godono sistematicamente di trattamenti diversi rispetto ai lavoratori? Perché le prescrizioni si moltiplicano, le assoluzioni si accumulano e chi ha violato le norme di sicurezza rientra indisturbato nel ciclo produttivo, mentre chi è stato ferito — o ha perso un familiare — resta ad attendere anni una giustizia che spesso non arriva?
La sala ha trattenuto il fiato. Era la domanda che tutti pensavano, che pochi osano formulare con tanta nettezza in un contesto istituzionale. E il Professore non si è sottratto.
La sua risposta ha avuto il coraggio della verità: sì, esiste un problema strutturale nel modo in cui il sistema giudiziario affronta i reati commessi nei luoghi di lavoro. Le prescrizioni non sono incidenti di percorso: sono, troppo spesso, l’esito prevedibile di procedimenti che si trascinano per anni, durante i quali le prove si deteriorano, i testimoni dimenticano, e la macchina giudiziaria consuma se stessa in attesa di una sentenza che non arriva in tempo. Il risultato, nella stragrande maggioranza dei casi, è l’impunità.
Ma il Professore ha spinto lo sguardo ancora più in fondo, là dove la questione non è più soltanto tecnica, ma morale. Il diritto penale del lavoro, ha ricordato, nasce per tutelare il soggetto debole del rapporto: il lavoratore, colui che non dispone della struttura organizzativa, del potere economico, degli strumenti difensivi di chi sta dall’altra parte. Eppure il sistema di fatto funziona al contrario: chi è titolare degli obblighi di sicurezza — e li ha violati — dispone di risorse, di studi legali, di tempi lunghi che lavorano a suo favore.
Chi ha subito il danno, spesso, non ha né le forze né i mezzi per sostenere un iter giudiziario decennale.
Questo, ha concluso il Professore con voce ferma, non è solo un difetto del sistema: è un messaggio. Un messaggio implicito, non scritto in nessuna norma, ma chiarissimo a chi lavora nei cantieri, nelle fabbriche, nei magazzini: che la tua vita vale meno della continuità produttiva di chi ti impiega. Che morire sul lavoro può non avere conseguenze serie per nessuno, tranne che per te e per i tuoi cari.
Serve dunque — ha detto — una riforma profonda: non solo della legislazione sostanziale, ma dei tempi processuali, dei meccanismi di prescrizione, del modo in cui si valuta la colpa nei reati omissivi legati alla sicurezza. Serve che la giustizia smetta di pesare le vite con bilance diverse. Perché un sistema che non riesce a punire chi viola le norme sulla sicurezza non è solo ingiusto: è complice, ogni giorno, di nuove morti evitabili.
Le tutele del lavoratore e dei familiari: un quadro completo
In un passaggio di straordinaria rilevanza pratica, il Prof. Misiti ha dedicato ampio spazio all’illustrazione sistematica di tutte le tutele giuridiche concretamente azionabili dal lavoratore infortunato o malato e dai suoi familiari, con particolare attenzione alle situazioni più complesse — tra cui, in modo specifico, i casi di patologia oncologica di origine professionale.
Il Professore ha anzitutto tracciato il perimetro delle tutele INAIL: dalla rendita per inabilità permanente parziale o totale, all’assegno di incolumità, sino alla rendita ai superstiti in caso di decesso del lavoratore. Ha però sottolineato con nettezza che queste prestazioni rappresentano soltanto il punto di partenza di un sistema di tutele ben più articolato, spesso sconosciuto non solo ai lavoratori stessi, ma talvolta anche agli operatori del diritto.
Con riferimento specifico ai lavoratori affetti da malattia oncologica di origine professionale, il Prof. Misiti ha rimarcato un punto cruciale: la pensione di invalidità e l’indennità di accompagnamento — strumenti noti e di primo accesso — non esauriscono affatto il ventaglio delle azioni percorribili. Accanto a tali istituti esistono, infatti, ulteriori e autonome strade legali che il lavoratore e la sua famiglia possono e devono conoscere per ottenere il pieno ristoro del danno subito.
Il Prof. Misiti ha illustrato in dettaglio le principali voci di danno risarcibile ed ha infine evidenziato come, nel contesto delle malattie oncologiche professionali, l’azione legale presupponga un passaggio preliminare fondamentale: l’accertamento del nesso causale tra l’esposizione lavorativa e la patologia insorta. Si tratta di un percorso medico-legale che richiede competenza specialistica e tempestività, in quanto la prescrizione delle azioni risarcitorie decorre — nel caso delle malattie a lunga latenza come quelle da amianto o da agenti chimici — non dalla data di insorgenza della malattia, ma dal momento in cui il lavoratore ha avuto, o avrebbe potuto avere, conoscenza della sua origine professionale. Un ulteriore motivo, ha concluso il Prof. Misiti, per cui è indispensabile che i lavoratori e le loro famiglie si rivolgano tempestivamente a professionisti del diritto del lavoro e della medicina legale, senza attendere che il decorso del tempo precluda l’esercizio di diritti che la legge già oggi riconosce e tutela.
“Il cancro professionale non è solo una tragedia medica. È una questione di giustizia. E come ogni questione di giustizia, ha strumenti — giuridici, concreti, azionabili — che troppo spesso restano chiusi in un cassetto perché nessuno ha detto al lavoratore che esistono”
— Prof. Misiti, in sede di intervento sulla tutela legale dei lavoratori
“Un sistema che non riesce a punire chi viola le norme sulla sicurezza non è solo ingiusto: è complice, ogni giorno, di nuove morti evitabili. La giustizia non può permettersi bilance diverse. Non quando in gioco c’è la vita di un lavoratore”.
— Prof. Misiti, in risposta all’Avv. Giovanna Abbruzzino
Un ringraziamento sentito alle istituzioni che hanno reso tutto possibile
Gli organizzatori rivolgono un ringraziamento speciale e sentito al Sindaco f.f. di Cirò Marina per la generosità istituzionale dimostrata in modo concreto e straordinario: la concessione del logo del Comune — segno tangibile di condivisione e riconoscimento ufficiale dell’iniziativa — e la messa a disposizione della prestigiosa sala convegni del Palazzo Porti, che ha accolto una platea ben oltre ogni aspettativa. Un gesto che dice più di mille dichiarazioni: le istituzioni locali ci sono, quando si tratta di difendere la dignità dei lavoratori.
Un grazie altrettanto caloroso va all’On. Sergio Ferrari, Consigliere della Regione Calabria, che nonostante un’agenda istituzionale fitta di impegni — come si addice a chi porta il peso di un mandato regionale — ha scelto di essere presente, di portare la propria voce e la propria esperienza, di stare in mezzo alle persone. In un panorama politico in cui spesso i convegni vengono disertati o liquidati con un saluto protocollare, la sua partecipazione attiva e partecipata ha rappresentato un segnale preciso: certi temi non possono aspettare, e certi appuntamenti meritano di essere onorati di persona.
Ma il ringraziamento dovuto e sentito è per tutti i relatori, eccellenze nei loro campi e per tutti i partecipanti che hanno reso questo evento unico e di rilevanza!















