
CIRÒ MARINA – Esistono voci che non hanno bisogno di alzare il tono per farsi ascoltare; sono quelle che, con la forza discreta della parola, riescono a farsi spazio tra i rumori del mondo. È il caso di Anna Maria Manfredi, poetessa che scrive sin dall’età di 12 anni, coltivando la parola come strumento di resistenza, introspezione e rivelazione. La sua produzione, ampia e costante, spazia dalle raccolte poetiche agli articoli giornalistici, offrendo una testimonianza preziosa: la scrittura non è un semplice esercizio estetico, ma una bussola per orientarsi nel labirinto dell’esistenza, uno strumento per comprendere e affrontare la complessità della vita.
Per Manfredi, la vita non è un percorso lineare, ma un susseguirsi di prove che richiedono coraggio, lucidità e perseveranza. Nei suoi versi, la fragilità non è debolezza, ma crepa necessaria da cui entra la luce; il silenzio e l’assenza diventano presenze cariche di significato, capaci di parlare a chi sa mettersi in ascolto. La sua cifra stilistica, essenziale e scultorea, pesa ogni parola, calibra ogni metafora, trasformando il dolore e le difficoltà in introspezione e crescita. Le poesie di Manfredi sono specchi universali, in cui ogni lettore può riconoscere i propri graffi e le proprie rinascite.
Parallelamente alla sua attività poetica e giornalistica, Manfredi lavora come Digital Operations presso Poste Italiane e ricopre il ruolo di Segretario provinciale della FAILP Cisal, dimostrando come concretezza, rigore e passione possano convivere con la libertà e la profondità del suo spirito creativo. La sua esperienza professionale non è mai separata dalla sua poetica: entrambe le dimensioni dialogano, influenzandosi e arricchendosi reciprocamente, e contribuiscono a rendere la sua voce credibile, concreta e ispirante.
Negli ultimi anni, le raccolte IL SILENZIO e LA QUIETE hanno raccolto e valorizzato temi presenti nelle poesie precedenti, offrendo ai lettori una visione compiuta del suo percorso poetico. Chi desidera può riscoprire anche le opere scritte negli anni giovanili e quelle successive, dove emerge una coerenza profonda e una capacità rara di trasformare ogni esperienza in bellezza e introspezione. Attraverso questi testi, Manfredi invita il lettore a riflettere sul valore della resilienza, sulla forza interiore che ciascuno custodisce e sul senso profondo del restare, nonostante le difficoltà della vita.
La poesia di Anna Maria Manfredi non offre consolazioni effimere o facili, ma suggerisce un percorso di comprensione, coraggio e maturazione interiore. È una voce potente, discreta e indelebile, capace di lasciare un segno profondo nella letteratura contemporanea, confermando che la vera forza risiede nella capacità di affrontare le sfide quotidiane con integrità, consapevolezza e apertura al mondo.
POESIA
E’ finché vivo, io resto
La mia vita
fu fucilata
non al petto
ma al cor
ché il core ancor nome non aveva.
Un colpo muto
non d’uomo
ma di mondo
mi trapassò prima del fiato
e il fiato rimase indietro.
Mi affacciai
(non per voler mio)
e ciò che era carico
divenne peso
e il peso
divenne legge.
XX settembre
millenovecentosettantasette
molti alla luce
Io al gelo.
Otto mesi contati male
carne acerba
nascitura difettata
corpo che non promette.
Un mese in vetro
in grembo non umano
senza pelle
o forse senza grazia.
Aghi nel capo
segni come chiodi
e nessuna mano
a dire: resta.
Brutta, dissero!
E dissero poco.
Lasciarono in vita
un’indifesa
e la chiamarono realtà.
Il pianto
reato.
Fui battezzata sotto la Madonna
e la madre della madre,
donne che avevano conosciuto il pianto,
e in quel segno portai il loro cor
già temprato dal dolore.
Il silenzio
mi fece adulta
prima che il tempo sapesse.
Nessuna gloria
in un core che batte
senza testimoni.
Tutto era
egoismo d’uomo
senza amar
senza pensar
Il pianto d’infante
come violenza ammessa.
Non solo peccato.
Spregio.
Strilli.
Urli.
Tra fame e fama
non culli.
Germania mi partorì
terra severa
terra che stringe
terra che la Storia ricorda
per il gelo
e per la disciplina del male.
E io quel freddo
non l’ho mai chiamato casa.
Eppure
una cosa fecero.
Una sola,
ma vera.
Non guardarono il corpo
che cedeva
guardarono il dentro.
Mi pesarono la mente
mi lessero il senno
e dove la carne falliva
l’intelletto eccedeva.
Dissero
senza carezza
senza canto
che superava il comune.
Il corpo resisteva.
La mente precedeva.
Già al ciel m’avean segnata
ma Dio
non mite
bensì esatto
intervenne.
Non per salvarmi dal dolore
ma per lasciarmi qui
armata.
Combattere
il nemico
che era già presente.
Ho vinto
togliendo il male attorno.
Ho perso
restando intera.
Perché si può vivere
e non guarire.
E pur ne sono uscita
non salva,
ma vittoriosa.
Son qui per la medesma cagione
affrontar battaglie.
Non per ardire
ma per destino.
Il bersagliere non mi sgomenta
ché già conobbi la mira.
La morte non mi fa spavento
ella mi prese sul nascere
e mi lasciò restare.
Io son morta allora
onde la paura
non trovò più dimora.
Ora combatto
senza tremore
ché nulla può togliermi
ciò che già fu tolto.
E credo nella vita, sì
non quella dei cieli promessi
ma quella del prato verde
dove l’erba cresce
senza domandare permesso
e il respiro torna semplice.
Lì poserò le armi
non per resa
ma per compimento.
E’ finché vivo
io resto




