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Home Avvenimenti

Donne e mafia, memoria e coraggio: al CSV Calabria Centro un incontro che rompe il silenzio

by La Redazione - ilCirotano.it
18 Marzo 2026
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Dalla duplice finalità di raccontare la diseguaglianza sul piano sostanziale delle donne e di ricordare le vittime innocenti delle mafie, ha preso vita un incontro particolarmente emozionante al CSV Calabria Centro, con la partecipazione di Libera Catanzaro e degli operatori volontari del Servizio Civile.

Le date dell’8 e del 21 marzo si sono così fuse in un unico momento attraverso il ricordo delle donne calabresi uccise per mano mafiosa. Quel che è emerso nel corso del racconto – amabilmente condotto dalla referente di Libera Catanzaro, Elvira Iaccino, assieme a Giulia Menniti del CSV Calabria Centro – è uno spaccato di storie raccapriccianti, perlopiù sconosciute, che solo l’intervento dell’associazione “Libera” ha fatto uscire dall’oblio.

“Libera è nata nel 1995, su impulso di don Luigi Ciotti, per ricordare i nomi delle vittime e per destinare a uso sociale i beni confiscati ai mafiosi e ai corrotti – ha spiegato l’avvocata Iaccino –. Il 21 marzo, il primo giorno di primavera, è in particolare dedicato a tutte le 1100 vittime – e l’elenco è in continuo aggiornamento – i cui nomi vengono letti a ricordo del loro sacrificio. È un rosario laico che si ripete ogni anno, nello stesso giorno e in una città diversa, e che non si è mai fermato da allora, neanche nel periodo del lockdown”.

E per una “Lea Garofalo” – la più famosa, forse, tra le vittime calabresi, che era anche testimone di giustizia – ce ne sono tantissime di cui si ignora l’esistenza e che hanno pagato a duro prezzo l’essere moglie, figlia o sorella di un affiliato alla mafia. “In realtà hanno pagato due volte, come vittime e come donne – ha continuato la Iaccino –. Le donne vivono da sottomesse in un contesto mafioso, a meno che non imitino gli uomini di casa per detenere anch’esse il potere. E quando si affrancano dalla famiglia e cercano di prenderne distanza – come è avvenuto per Lea Garofalo o Maria Concetta Cacciola – per loro equivale a una condanna a morte”.

Dei 1100 nomi di vittime delle mafie, l’80% di queste non ha avuto giustizia. Gran parte di queste sono donne, ovvero “malafemmine”.


L’edizione 2026 della Giornata si svolgerà a Torino, coinvolgendo l’intero territorio del Piemonte. Una scelta che richiama un luogo centrale nella nascita e nello sviluppo della rete associativa.

Cambia anche il simbolo, di volta in volta, a corredo della manifestazione: quest’anno è la formica, famosa per la sua operosità ma anche perché avverte un forte senso di comunità. La formica, infatti, è un animale con due stomaci: nel primo conserva il cibo per sé, nel secondo accumula quello da portare al formicaio per distribuirlo alle altre. Non pensa al nutrimento come a qualcosa di esclusivamente individuale, ma come a una risorsa da condividere e mettere a servizio della comunità (www.libera.it).

“L’impegno civile che mettiamo nelle cose non serve solo a noi, anzi, non servirebbe proprio a nulla se non venisse condiviso – è stato il commento di Elvira Iaccino –. Libera si occupa di beni confiscati e di corruzione, ma anche di tenere alta l’attenzione sulle vittime di mafia che hanno avuto il coraggio di scegliere di interrompere la via del silenzio, ma anche su chi non era la vittima predestinata e si è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato”.

Così è accaduto per Rita Cacicia, Rosa Fassari ed altre, morte su un treno deragliato a Gioia Tauro e diretto a Torino, il 22 luglio 1970, durante i moti di Reggio Calabria. E così è accaduto alla piccola Elisabetta Gagliardi, uccisa all’età di nove anni il 7 settembre 1990 a Palermiti, con un colpo alla nuca, mentre era intenta a rientrare in casa dopo aver avvertito colpi di pistola che avevano già raggiunto la madre.

E ricordiamo ancora la terribile storia di Roberta Lanzino – alla quale è stata intitolata una fondazione che aiuta le donne vittime di violenza – stuprata e uccisa il 26 luglio 1988 mentre si recava al mare col motorino, da un gruppo di uomini legati alla criminalità locale.

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Il racconto di queste vite spezzate – casualmente o dalla logica patriarcale mafiosa – è stato ricomposto per l’occasione dai giovani operatori del Servizio Civile, che hanno scelto il nome di una donna su cui dirigere il loro approfondimento. C’è stato chi si è concentrato sulle vite sconosciute di tante donne calabresi, così come chi ha voluto soffermarsi su aspetti inediti di quelle più note, come Lea Garofalo o Maria Chindamo, quest’ultima data addirittura in pasto ai maiali.

“Libera ha sostenuto Lea Garofalo prima ed ora continua a farlo con la figlia Denise – ha chiarito nuovamente Elvira Iaccino –. Lei proveniva da una famiglia mafiosa ed aveva scelto l’amore pensando di poter cambiare vita. In realtà il suo compagno si è poi rivelato il suo aguzzino: molte volte è proprio la famiglia a decretare la fine, ed i testimoni di giustizia vivono un gran senso di solitudine, proprio perché devono recidere ogni rapporto di sangue”.


Non tutte le storie di mafia hanno un esito infausto. Molte donne trovano rifugio nei Centri Antiviolenza e da qui decidono di ripartire con il supporto di operatrici qualificate. Tante figlie, mogli e madri riescono poi a salvarsi attraverso i social, l’unica “finestra” aperta sul mondo, l’unica via di fuga da una vita segnata dalle minacce e dalle sopraffazioni.

Ai tempi di Rossella Casini – la studentessa fiorentina considerata una minaccia dalla famiglia ‘ndranghetista Frisina di Palmi e per questo barbaramente fatta a pezzi e gettata in mare nel lontano 1981 – i social non c’erano. Neanche in epoca più recente, nel 2011, Maria Concetta Cacciola, collaboratrice di giustizia, ha potuto usufruirne per chiedere aiuto quando è stata spinta ad ingerire acido muriatico con lo scopo di simulare il suicidio. Ma la sua, in realtà, è stata la fine riservata “a chi parla troppo”.

“La cancellazione del ricordo avviene con la distruzione del corpo – ha concluso la Iaccino –. Non si tratta di eroine, ma di donne, con le proprie contraddizioni, che sognavano una vita normale e libera da condizionamenti. E a chi ha voluto cancellare anche la loro libertà di essere ricordate, noi rispondiamo con la Giornata della Memoria e dell’Impegno del 21 marzo, che è un atto di disobbedienza alle mafie, ma anche di responsabilità, affinché il ricordo delle vittime divenga coscienza collettiva”.

La mattinata si è conclusa in silenzio, con la lettura dei nomi di queste donne, di ogni età, che hanno pagato con la vita il loro desiderio di libertà.

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