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Home Altre Notizie

Maria Francesca Carnea sulla “Fusione fra i Comuni di Ciro’ e Ciro’ Marina”

by LaRedazione
16 Dicembre 2016
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Maria Francesca Carnea
Maria Francesca Carnea

Ciò che illumina la comprensione delle quaestio, nella dialettica, è l’invito rispettoso a pensare, possibilmente in modo razionale. Circa la maschera del: la parola al cittadino escludendo parti politiche, è abbastanza evidente che la parte politica c’è, e la si vuole avallare, come se le persone non avessero comprensione dei dati in essere. Ringrazio il Signor Dell’Aquila (ricambio il saluto), e rassicuro sul dato, non dubbioso, che ad esasperare sono le pretestuose provocazioni proposte e, proprio perché non vivo fuori dal mondo, anche se per oggettive necessità vivo lontano dal mio Paese, solo fisicamente, come, ahimè, molti nostri conterranei sparsi per l’Italia e il mondo, ciò non toglie titolo di valutazione, ma forse solleva e acutizza, con sguardo analitico, le questioni sostanziali inerenti il proprio territorio. Comunque la mia famiglia è a CIRÒ, il corpo intero della mia famiglia vive il nostro Paese e, per riflesso, conosco bene le questioni. Altresì, coloro che hanno reso e rendono storia, cultura, tradizione, di cui CIRÒ testimonia origine e radici, hanno seminato fuori e manifestato Alto riconoscimento alla loro radice natia. Eviterei, inoltre, di paventare forze coercitive prefettizie, incutendo timori infondati nella cittadinanza, circa o vita o morte, perché bisogna anche comprendere cos’è vita, e cos’è morte, ma mi appresto a dare delucidazioni in merito all’analisi della quaestio disputata.

Quando il Costituente del 1948 scrisse all’art. 5 della Costituzione: “La Repubblica riconosce e promuove le Autonomie locali”, attribuì ai Comuni italiani l’attestazione più significativa e importante che si potesse dare: riconoscerli, e sapere che essi ‘venivano prima’ della Repubblica, poiché arrivavano dal passato. Fare tesoro della storia, ogni tanto, sarebbe opportuno: i Comuni, piccoli o grandi che fossero, nelle loro autonomie, sono stati -dall’anno 1000- le prime forme di società di sviluppo, e si fondano su principi opposti a quelli del feudalesimo, poiché prevedevano la partecipazione di tutta la popolazione, con le loro singole peculiarità. Inoltre, sempre dall’art. 5, si stabilisce che “la Repubblica adegua i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento” e, con ciò, riconosce anche che essi erano e restano forti e vitali, pronti a reggere la sfida del futuro. Riconoscimento che costituisce la colonna portante su cui poggia tutta la nostra Repubblica e che, per le ragioni dette, si riferisce prima di tutto proprio alla posizione del Comune: l’istituzione che più di ogni altra, ha rappresentato il concreto incarnarsi di questa dimensione di autonomia. Qualsiasi riflessione sui Comuni, soprattutto sui piccoli Comuni, va fatta sempre alla luce di questa consapevolezza, e nel rispetto profondo di questa dimensione.

Ora, chi sostiene il sistema di liquefazione, che si vuole far passare per cammino di modernizzazione, fa confusione tra termine ‘FUSIONE’ e termine ‘SERVIZI’, questi ultimi sì, necessari per i cittadini, servizi assenti proprio grazie alle politiche del confondiamo e tralasciamo. Le strategie, in genere, evidenziano, in primis, le criticità dei territori, mancanza di servizi locali, assistenza sanitaria, inviluppo economico che non libera le aree di sviluppo per il lavoro. Evidenziano, altresì, anche gli aspetti positivi, tutti da verificare con certosina scrupolosità, senza corpi di interessi. La modernizzazione delle amministrazioni comunali in Calabria, più che partire dalla liquefazione, dovrebbe dire effettivamente a cosa si va incontro con la stessa, e forse, ancora prima, capire cosa significa ‘modernizzazione’. Certa parte politica, di contro, ha da sempre preso la strada del ciò che è mio rimane mio, ciò che è tuo lo faccio mio! Non è questa la politica pro bonum facere, non pensa minimamente al bene comune e del Comune. Invito a fermarsi alla comprensione delle questioni, pensandole, analizzandole con scrupolo e capendo se il bene che si ambisce generare è effettivamente per i cittadini. Dall’alto, molto spesso, non si comprende il basso, che invece è l’Altezza per eccellenza, l’ambizione è cercare peripatetici nei territori.

Se la soluzione facile, più semplice è liquefare, credo che le idee di costrutto annaspino alquanto, e la politica cui tende la giunta Regione di Calabria, [come si evince dall’intervento del vicepresidente Viscomi nel corso dei lavori della prima Commissione consiliare in merito alla posizione della Giunta stessa sulla questione delle fusioni dei comuni], direziona verso l’appiattimento, ennesimo, delle potenzialità territoriali che, abbandonati da anni, e da politiche non valorizzanti, generano queste idee di buio e, ancor più, non tengono conto di quanto suddetto in merito all’art. 5 della Costituzione.

La nostra Calabria è terra di sole, l’ho sempre definita mistica per gli aspetti di profondità spirituale che ha saputo esprimere, nonostante i ‘nonostante’ in cui versa. Scendete sui territori e verificherete che quello cui la gente ambisce sono i Servizi: assistenza sanitaria, sportelli banche, poste, sportelli di solidarietà, sportelli che favoriscono lo snellimento delle pratiche dello sviluppo delle economie locali, servizi di igiene, trasporti pubblici, decoro urbano. Non si può pensare di confondere la gente, questo tentativo estromette cuore, storia, divide e, incurante, vincola alla povertà.

Per giustificare i costi, non si devono compromettere le storie dei territori, i cittadini, e le loro scelte. Migliorare, non è tagliare pezzi di autonomie, scremare territori, confondendo, vincolando al ricatto del per assicurare i servizi o avere agevolazioni. Che si sappia e sia chiaro: Fondere è una cosa, compartire Servizi è altra e, questa sì, più nobile cosa, scrupolosa, rispettosa dei territori della Calabria e dei suoi cittadini. Non è accettabile l’incurvarsi in rocamboleschi voli pindarici. Inoltre, -dall’articolo dell’intervento suddetto- si giustifica la liquefazione, parlando di riduzione dei rischi di infiltrazione criminale e contrasto alle pratiche corruttive.
Sono una contadina e mio Padre mi ha insegnato ad essere persona onesta e di verità, come è onesta la terra: se semini con il tuo sudore ti darà, magari poco, ma comunque, ti darà e, fatto salvo lo spirito, l’anima, puoi, a testa alta proporti, con i tuoi limiti, ma a testa alta! Anche se spiegate ai bambini della scuola elementare che, se ci sono tre persone in un’amministrazione, e viene a mancare nella rendicontazione una nota spesa o si evince un avallo di favoreggiamento per un appalto, essendo tre, si assiste al: io non sono stato, tu non sei stato, egli sarà stato? Finanche i bambini sapranno fare questa operazione di calcolo. Nella moltitudine tutto ciò si complica, poiché molto più soggetta alle infiltrazioni criminali, dato che le pressioni e gli interessi si moltiplicano. Ergo: nel piccolo controlli, nella moltitudine della fusione Ti fondi!!!

La ridefinizione dell’assetto delle amministrazioni deve valorizzare i capitali umani intra locali, se è capace, favorire i servizi, se è capace, ingegnarsi non verso la semplificazione del proprio lavoro, ma iniziare a sudare il proprio mandato. Non bisogna confondere, né fare uso della buona fede di coloro che credono nel bene e a questo danno fiducia.
Utile, altresì, è non alimentare confusione, come da anni viene perpetrato, facendolo passare per fatto, e cioè il dato che CIRÒ e Cirò Marina siano una cosa sola. NON E’ COSI’!!! Chiarite che non esiste CIRÒ Superiore, ma il Comune di CIRÒ, che la storia dice che è Superiore, e non solo per posizione geografica. Cirò Marina è un Comune a sé, molti suoi cittadini -dicasi marinoti- si sono trasferiti da CIRÒ e dai Paesi limitrofi per necessità logistiche di lavoro e familiari, nulla da eccepire, e hanno il massimo del rispetto. Ma l’uso, nel linguaggio comune, del nome di CIRÒ Non Accomuna, solo USA, per chi insiste, un nome che già ha la sua storia. Le difficoltà in cui versa la cittadina espansa della Marina di Cirò – suggerirei referendum sul cambiare nome, più opportunamente – purtroppo denotano la difficoltà che ogni comune affronta, bisogna essere consapevoli, rimboccarsi le maniche e superare, perché se è vero come è vero che nel guadagno nessuno si riconosce amico dell’altro, è vero anche che nessun matrimonio si può contrarre se una delle parti è cagionevole e, se così fosse, si determinerebbe non solo la sua rovina ma quella di tutta la famiglia, perché l’Amore è cosa seria, non infatuazione da perpetrare illudendosi e illudendo.

Ed è più che plausibile dare voce alla gente, non è una concessione o un favore che si fa, fino a prova contraria facciamo parte, anche in Calabria, di una Repubblica democratica. Ci mancherebbe l’annessione forzosa, alla quale però, nella linea delineata, si vuole procedere. Si prega inoltre, di non confondere ulteriormente, con aspetti di schizofrenia poiché, dopo l’incestuoso proponimento di liquefazione si dice – nell’articolo riportato: la valorizzazione delle autonomie locali, e delle loro reti organizzative, costituisca momento fondativo dell’assetto democratico e strumento di promozione dei servizi ai cittadini in una logica di prossimità e di sussidiarietà. Ergo: almeno rileggersi!

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Se si fa un discorso di mera matematica, poiché sembra che i numeri siano deterrente, ricordo semplicemente, che per es. Amatrice è composta da poco più di 2500 abitanti, per non parlare di Accomuli, 667 abitanti, hanno subito la devastazione del terremoto ma verranno ricostruite, la popolazione ha l’orgoglio dei piccoli borghi, affinché rinascano secondo le proprie peculiarità. I politici del luogo agiscono secondo un criterio di operosità e rispetto locale. Forse, però, hanno un altro concetto di modernizzazione, diversa da come intesa dalle tendenze regionali, nostrane, in atto.

E se si strumentalizza una frase che rispecchia, a mio avviso, in modo assai parziale, la storia della Calabria: “natura e cultura hanno diviso i calabresi tra loro e con il resto del mondo” (Augusto Placanica), ricordo come l’esimio Corrado Alvaro sostenesse: “La disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile”, e qui bisogna essere onesti intellettualmente per rafforzare il territorio secondo strade che non liquefanno le culture e le comunità locali, le loro identità, e autonomie, ma riconoscano che i talenti e le potenzialità in loco siano al centro delle politiche di sviluppo. Ergo: porsi domande è fondamentale per il divenire umano, cercare risposte è necessario, fino al possibile, al probabile razionale. E, dire di no all’imperfetto umano, è facoltà possibile e coerente! Luce di intelletto chiede ragionevole contributo all’edificazione umana, all’edificazione dei territori, non alla liquefazione degli stessi. Ribadisco, CIRÒ e i suoi Cittadini meritano rispetto, chiarezza, e la nostra storia, cultura e tradizione, sono un privilegio da preservare SINE TEMPORE!

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Comments 3

  1. Quintino Farsetta says:
    9 anni ago

    La fusione dei comuni di Cirò e Cirò Marina somiglia al progetto sul ponte di Messina . Ogni tanto qualcuno la propone, non si capisce per quale beneficio e a favore di chi.
    Molto opportunamente i nostri padri hanno voluto la divisione amministrativa dei due nuclei perchè l’originale Cirò si era riversata tutta nella pianura e al mare. Riunificarli vorrebbe dire ricreare quei disagi costituiti da sette Km. intercorrenti tra i due paesi. Nè lo sviluppio edilizio ne lascia prevedere una riunificazione fisica.
    Sarebbe più opportuno, come suggerito da Cataldo Filippelli ,pensare alla creazione di conrsorzi per la gestione dei servizi fra più comuni, non solo Cirò e Cirò Marina, per gravare meno sulle bollette.
    Non per questo i Ciromarinesi rinnegherebbero Lilio e gli altri personaggi storici.

    Rispondi
  2. Antonio says:
    9 anni ago

    Gent.ma Sig.ra Maria Francesca Carnea.

    Come Lei anche io sono un cirotano doc. Lei ha pienamente ragione ma per far capire quello che Lei ha scritto a l’uomo politico deve scrivere in BIGNAMESCO e usare termini alla loro portata. La classe politica del posto non è mediocre è proprio scarsa. Dovrebbero tornare sui banchi di scuola ma non al Liceo, troppo facile, ricominciare dalle elementari.

    Rispondi
    • Giovanna Carnea says:
      9 anni ago

      Concordo pienamente Antonio!!!

      Rispondi

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