
In Italia i diritti sono scritti bene.
Sono chiari. Ordinati. Scolpiti nella Costituzione e nelle leggi speciali. L’articolo 3, del nostro testo legislativo fondamentale, impone alla Repubblica di rimuovere gli ostacoli che limitano libertà e uguaglianza. La Legge 104 del 5 febbraio 1992 tutela integrazione, dignità, mobilità delle persone con disabilità. La Legge 13 del 1989 disciplina l’abbattimento delle barriere architettoniche.
Sulla carta, nessuna ambiguità.
Poi c’è via Giudecca ed una abitazione nel centro storico di Scala Coeli (in provincia di Cosenza), piccolo comune dell’entroterra nel Basso Jonio calabrese. E lì la Repubblica non si misura in articoli di legge. Si misura in metri: la distanza tra una porta e un’automobile!
Dentro quella casa vive una donna di 88 anni, M.I., invalida su carrozzella, riconosciuta ai sensi della Legge 104. Fuori da quella casa, fino a pochi giorni fa, c’era una catena a interdire l’accesso veicolare. Oggi c’è un cubo di cemento.
Non un dettaglio urbanistico: un limite fisico.
Per raggiungere un mezzo occorre aggirare, allungare il percorso, moltiplicare le manovre. Ogni spostamento diventa complesso. Ogni visita medica un’organizzazione preventiva.
La figlia, che vive sotto lo stesso tetto, lo dice con una frase che pesa più del cemento: «Ogni visita medica, per mia madre, diventa un’operazione logistica.»
Non è una metafora. È un’agenda di ostacoli.
La questione non è il traffico. Non è la disciplina della viabilità. Non è una polemica di quartiere. È più radicale: può una decisione amministrativa comprimere, di fatto, la mobilità di una persona fragile?
Quando una misura tecnica produce un effetto sostanziale di esclusione, il confine tra gestione del territorio e lesione di un diritto diventa sottile e pericoloso.
In Italia la giurisprudenza è chiara: l’accessibilità non è una concessione. È un diritto soggettivo pieno. Non subordinabile alla comodità organizzativa. Non sacrificabile sull’altare dell’astrazione regolamentare.
Eppure nel 2026, mentre il Paese discute di intelligenza artificiale, transizione digitale e città intelligenti, in un centro storico del Mezzogiorno una donna anziana deve pianificare ogni uscita come una manovra straordinaria.
Non è arretratezza tecnologica. È una questione culturale.
Le barriere fisiche sono spesso il riflesso di barriere mentali. Una comunità può scegliere di interpretare le norme con rigidità o con intelligenza. Può irrigidirsi nella regola oppure piegarla alla dignità.
Perché di questo si tratta: dignità!
La famiglia ha scelto la strada legale. Ha incaricato un avvocato. Ha interessato network locali. Non per trasformare il disagio in spettacolo, ma per affermare un principio: l’accesso alla propria abitazione non può diventare una trattativa.
Quando un cittadino fragile deve rivolgersi a un legale per poter essere accompagnato sotto casa, la vicenda smette di essere individuale. Diventa sistemica. Diventa una crepa istituzionale.
Il caso di Scala Coeli non riguarda soltanto uno spazio interdetto. Riguarda una domanda che attraversa l’intero Paese: l’accessibilità è davvero una priorità amministrativa o resta un capitolo residuale, sacrificabile quando interferisce con altre scelte?
Le città — piccole o grandi — si giudicano da come trattano chi non può correre. Non dai festival, non dalle inaugurazioni, non dai rendering patinati delle smart city. Si giudicano dalla capacità di accorciare la distanza tra una porta e un’automobile quando quella distanza diventa fatica quotidiana.
Ora si attende la risposta dell’Amministrazione comunale. Una risposta che non sarà soltanto tecnica.
Perché tra un cubo di cemento e la Costituzione, prima o poi, ogni istituzione è chiamata a scegliere da che parte stare.





