A Comunicarcelo è Davide Dionesalvi – Comitato “Mediterraneo Possibile” Crotone.
I cittadini non voterebbero più i senatori, eletti dai Consigli regionali. Per le elezioni politiche avrebbero solo la scheda della Camera. Quando andranno a votare per le elezioni regionali, invece, dovrebbero pensare che i consiglieri regionali eletti si voteranno poi tra loro come senatori. La stessa cosa dovrebbero fare al momento della scelta del loro sindaco, perché anche il sindaco – eletto per amministrare il proprio Comune – potrebbe diventare senatore, se eletto (uno per Regione) dai consiglieri regionali.
Le Regioni perderanno potere a favore dello Stato centrale, eccezion fatta per le Regioni a Statuto speciale, che rappresentano un sesto degli abitanti (9,1 milioni), per le quali rimane comunque tutto così: in pratica hanno già votato no a questa parte della riforma. Per loro la Costituzione cambierà eventualmente solo in seguito, sulla base di una intesa tra loro e lo Stato. Intanto non varrà per loro neppure la «clausola di supremazia» che lo Stato potrà utilizzare nei confronti delle altre, per far valere l’interesse nazionale. Sarebbe il primo caso di interesse nazionale che non vale per tutta la Nazione.
La Corte costituzionale dovrà risolvere ancora più controversie tra lo Stato e le Regioni di quanto abbia dovuto fare negli ultimi anni, perché la riforma cancella la legislazione concorrente (che non aveva nessuna particolare colpa) per introdurre due nuovi elenchi di competenze esclusive: dello Stato e delle Regioni, alle quali spetteranno anche “tutte le altre” non elencate.
Il Presidente della Repubblica nominerà 5 senatori, non più a vita, ma a lungo (per sette anni, anche mentre sta per scadere, magari…), che si aggiungeranno ai 74 consiglieri regionali e ai 21 sindaci
Il Senato rimarrà e costerà più o meno lo stesso (il 90% dell’attuale). Secondo il premier si riunirà soltanto 12 volte all’anno (una volta al mese), cosa che sembra impossibile, visto che ha solo dieci giorni per richiamare le leggi e trenta per proporne la modifica e che i procedimenti speciali hanno tempi ancora più stretti. Secondo altri sostenitori della ‘riforma’, infatti, il Senato si riunirà una volta alla settimana, ovvero tra le 40 e le 50 volte all’anno (considerate le ‘pause’ invernale e estiva)..
La Corte costituzionale sarà composta da tre membri votati dalla Camera e due dal Senato di consiglieri regionali e sindaci (attualmente sono cinque giudici di nomina parlamentare in seduta comune).
Alla Camera si voterà con l’Italicum, approvato nel 2015 e entrato in vigore il 1° luglio del 2016.
Chi vorrà raccogliere le firme per presentare una legge di iniziativa popolare, dovrà raccogliere 150.000, ovvero un numero di tre volte superiore all’attuale (50.000). L’obbligo di discuterle, che noi volevamo inserire in Costituzione, è invece rinviato ai regolamenti parlamentari. Uno dei molti rinvii di questa riforma.
Ci sono poi i referendum: si fa finta di introdurre quelli propositivi e d’indirizzo, rinviati a successive leggi costituzionali e ordinarie (bicamerali), mentre per quello abrogativo (che c’è già) si introduce la riduzione del quorum (calcolato sulla base del 50% + 1 del numero degli elettori alle precedenti elezioni Politiche) ma solo per i referendum sottoscritti da almeno 800.000 elettori. I referendum sottoscritti da 500.000 cittadini conserveranno lo
stesso quorum di oggi. Per quali di quelli già svolti sarebbe cambiato qualcosa? Quasi per nessuno: certamente non per l’ultimo sulle trivellazioni in mare, ad esempio.
Le province, che ci hanno raccontato essere state ‘abolite’, come del resto il Senato stesso, non saranno più enti costituzionali ma potranno rimanere. Elette in modo indiretto, come già avviene a seguito della legge Delrio e come vorrebbero che accadesse poi anche per il Senato.




