Sono iniziate questa mattina, a Cosenza, le ricerche del mitico tesoro di Alarico, il re dei Goti che una leggenda vuole sia stato sepolto alla confluenza dei fiumi Crati e Busento. Il tesoro sarebbe composto da 25 tonnellate d’oro e 150 d’argento, ricchezze che il re dei Goti avrebbe portato con se’ dopo il sacco di Roma. Per le ricerche si stanno utilizzando droni e georadar, che tracciano una mappa del sottosuolo. “Abbiamo rilevato qualcosa in due aree diverse e nei prossimi giorni faremo delle prospezioni geofisiche di dettaglio – dice il geologo Amerigo Rota, che sta guidando la missione – Le ricerche ci diranno se i marcatori da telerilevamento che abbiamo trovato siano riferibili a strutture archeologiche sepolte – dice ancora Rota – e se dovessero essere compatibili con una camera sepolcrale, previa autorizzazione del ministero, potremmo fare sondaggi nel sottosuolo”. Sul posto il sindaco della citta’, Mario Occhiuto, e molti tecnici, oltre a decine di curiosi e giornalisti.
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La leggenda narra che Alarico sia stato sepolto nel letto del fiume Busento, insieme al suo cavallo, alle armi e al tesoro immenso derivato dal sacco di Roma; ma non fu una semplice tumulazione, bensì venne deviato il corso del fiume per garantire che mai i Romani avessero potuto violare la tomba e riappropriarsi del tesoro, dopodichè gli schiavi che avevano partecipato ai lavori vennero uccisi affinchè nessuno potesse rivelare l’esatto punto in cui il re era sepolto. Questa poesia del Carducci narra proprio della sepoltura di Alarico (l’originale è in tedesco).
Cupi a notte canti suonano
Da Cosenza su ’l Busento,
Cupo il fiume gli rimormora
Dal suo gorgo sonnolento.
Su e giú pe ’l fiume passano
E ripassano ombre lente:
Alarico i Goti piangono,
Il gran morto di lor gente.
Ahi sí presto e da la patria
Cosí lungi avrà il riposo,
Mentre ancor bionda per gli òmeri
Va la chioma al poderoso!
Del Busento ecco si schierano
Su le sponde i Goti a pruova,
E dal corso usato il piegano
Dischiudendo una via nuova.
Dove l’onde pria muggivano,
Cavan, cavano la terra;
E profondo il corpo calano,
A cavallo, armato in guerra.
Lui di terra anche ricoprono
E gli arnesi d’òr lucenti;
De l’eroe crescan su l’umida
Fossa l’erbe de i torrenti!
Poi, ridotto a i noti tramiti,
Il Busento lasciò l’onde
Per l’antico letto valide
Spumeggiar tra le due sponde.
Cantò allora un coro d’uomini:
— Dormi, o re, ne la tua gloria!
Man romana mai non víoli. Recal tu da mare a mare.
La tua tomba e la memoria! —
Cantò, e lungo il canto udivasi
Per le schiere gote errare:
Recal tu, Busento rapido,
Recal tu da mare a mare.
G.Carducci